lunedì 26 giugno 2017

Vite quasi parallele. Capitolo 73. Il Potere del Trio. Le indivisibili sorelle Ricci-Orsini

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Per quanto fossero molto diverse tra loro, le tre figlie di Ettore Ricci e Diana Orsini erano sempre state legate da un eccezionale rapporto di simbiosi, dovuto sia al forte senso di appartenenza ad una grande famiglia allargata, che si concepiva come una vera e propria dinastia, sia ad un'intesa psicologica profonda, basata sull'aver condiviso esperienze forti e terribili, a partire dagli anni della guerra, fino all'innumerevole serie di scandali, lutti e rovesci di fortuna che si erano abbattuti sul clan nato dal tormentato matrimonio dei loro genitori e sul Feudo che essi amministravano come se vivessero ai tempi del Medioevo, o in quelli dell'Ancien Regime.
Ma c'era qualcosa di più.
C'era in loro un profondo e maggiormente oscuro elemento condiviso e cioè il conflitto interiore tra i geni paterni dei Ricci (esuberanti, ruspanti, intraprendenti, instancabili, sanguigni e collerici) e i geni materni degli Orsini (malinconici, flemmatici, raffinati, decadenti, esausti e perseguitati dall'emicrania).
Allo stesso modo si manifestava nella personalità delle tre sorelle l'ulteriore conflitto tra gli insegnamenti del padre Ettore e quelli della madre Diana, così diversi e quasi opposti tra loro, a tal punto da creare nelle figlie una specie di eterna oscillazione tra forza e delicatezza, tenacia e dubbio, spontaneità schietta e sussiego aristocratico, energia e apprensione, collera e garbo, volontà e catastrofismo, estroversione e riservatezza, coraggio e paura, progettualità e pessimismo integrale e radicale.
In tutte queste coppie di opposti inconciliabili, il primo veniva da Ettore Ricci, il self-made-man, sanguigno, forte, ma plebeo e il secondo veniva da Diana Orsini, aristocratica, raffinata, ma perennemente malinconica e disillusa a tal punto da rasentare il cinismo.
Dire che erano una "coppia male assortita" non rendeva l'idea della totale differenza tra i due coniugi.
Mentre Ettore era il classico tipo che si prefiggeva obiettivi ambiziosi ed era disposto a fare qualunque cosa pur di ottenerli, sua moglie Diana ripeteva sovente alle figlie una frase dai contenuti opposti:<<Non ottenere quello che si vuole, a volte, può essere una benedizione>>
Ettore esaltava il coraggio, l'ardore, l'orgoglio.
Diana invitava alla prudenza, alla pazienza e all'umiltà.
Era fortemente critica riguardo al mito del successo, rispetto a cui si esprimeva con argomentazioni filosofiche: <<Com'è abituale nell'evoluzione concreta delle cose, colui che ha trionfato e conquistato il godimento e il potere, ne diviene schiavo e dipendente, mentre colui che ne è stato privato conserva la propria umanità>>
C'era forse un rimprovero nemmeno troppo velato alla parabola umana del coniuge?
Era naturale che le tre figlie crescessero dilaniate dal dilemma se schierarsi dalla parte del padre o da quella della madre, durante le interminabili liti di questi ultimi, che proseguivano all'interno della stessa psiche delle loro eredi.
Con genitori tanto diversi e conflittuali, un figlio unico non avrebbe potuto che soccombere alla nevrosi. Ma per fortuna le figlie erano tre.
La salvezza delle sorelle fu dunque quella di aiutarsi e sostenersi reciprocamente sempre, diventando quasi un'unica entità, una trimurti, una trinità, un trio da cui si sprigionava un potere simile a quello delle mitiche sorelle Halliwell nella serie tv "Streghe".
Mantennero quel rapporto strettissimo persino dopo i rispettivi matrimoni e la nascita dei loro figli, tra lui peraltro col tempo sorse un rapporto alquanto simile, anche perché i tre cugini erano invece figli unici, e molto bisognosi di reciproco sostegno, durante l'infanzia nel Feudo di Casemurate.
Ma cerchiamo di conoscere meglio, singolarmente, le sorelle Ricci-Orsini, chiamandole col cognome dei loro considerevoli mariti.
La primogenita, Margherita Spreti di Serachieda, aveva sviluppato, in perfetta armonia col suo nome, un particolare interesse, anzi, una vera e propria mania, per i fiori e il giardinaggio.
La sua residenza di via Spreti era dunque circondata da un bellissimo giardino fiorito, di cui lei stessa si occupava personalmente tutti i giorni e per tutto il giorno.
Ma non si trattava di un hobby: era qualcosa di totalizzante, come se non esistesse altro nella vita.
Il problema, che potrebbe anche essere visto come una fortuna, sotto certi aspetti, era che il suo mondo iniziava e finiva in quel parco. Non le interessava minimamente tutto quello che succedeva al di fuori di quel microcosmo.
Poteva al massimo riservare una distratta attenzione alle notizie locali, riguardanti eventi accaduti entro un raggio di 15 km da casa sua, e pertanto di scarso interesse, se non per chi c'era andato di mezzo: incidenti stradali, furti, rapine in villa, grandinate, gatti smarriti, galline investite da un trattore, ubriachi finiti nel fosso Serachieda che si giustificavano dicendo che "il fosso mi è venuto addosso"
La Tenuta Spreti di Serachieda era considerata una specie di Svizzera in mezzo alla steppa dell'arida Romagna Centrale, le cui estati secche e roventi e i cui inverni rigidi e gelati avrebbero provocato una desertificazione simile a quella dell'Afghanistan se non ci fossero state le due grandi opere idrauliche realizzate dall'Azienda Monterovere dietro appalto pubblico della Regione, della Province e dei Comuni interessati, ossia il Canale di irrigazione Emiliano Romagnolo e l'imponente Diga di Ridracoli.
Il fatto che la seconda sorella Ricci-Orsini, Silvia,  l'unica ad aver proseguito gli studi fino alla laurea in lettere classiche, avesse sposato Francesco Monterovere, membro della stessa famiglia realizzatrice di quelle fondamentali infrastrutture, oltre che noto e apprezzato docente di matematica e fisica, ne aveva accresciuto il prestigio e anche il ruolo di "intellettuale di famiglia".
Silvia Monterovere viveva in città, insegnava al Liceo Classico, e il suo salotto era frequentato dall'elite, anche se già alla fine degli Anni Ottanta incominciavano a manifestarsi, sia per i lutti che per gli attriti e gli iniziali sospetti dello scricchiolio del Feudo Orsini (e dei problemi giudiziari di Ettore Ricci), le prime illustri defezioni.
Ma Silvia, in quegli anni, non se ne preoccupava affatto.
All'epoca era una donna giovane, bella, sana e riponeva notevoli (e oggettivamente eccessive) speranze nel figlio, le cui doti sembravano promettere un luminoso futuro, magari come dirigente d'azienda ed erede dello stesso Ettore Ricci alla guida dell'intero clan degli Orsini.
Purtroppo accade spesso che gli enfant prodiges non si rivelino, da adulti, all'altezza delle aspettative createsi nei loro confronti.
Ma questa è un'altra storia, e sarà raccontata un'altra volta.
Più defilata, ma in realtà più perspicace e abile negli affari e nelle relazioni politiche era la terza sorella, la più giovane, Isabella Ricci-Orsini, nata nel 1943, l'anno del suicidio della sua omonima zia. Sposatasi con Saverio Zanetti Protonotari Campi, proprietario dell'azienda vinicola dell'Erbosa, Isabella aveva subito preso in mano la situazione, investendo cifre ingenti nell'impianto di nuove vigne di primissima qualità, che produssero negli anni successivi il migliore Trebbiano di Romagna che si fosse mai conosciuto, poiché quella terra argillosa e secca era perfetta per quel tipo d'uva.
Per quanto fisicamente molto simile alla madre, Isabella aveva ereditato dal padre una personalità capace di comprendere meglio, rispetto alle sorelle, le dinamiche degli affari e della politica.
Per questo appariva la più adatta ad ereditare il ruolo paterno, se le cose fossero andate nella giusta direzione.
Le diverse doti delle tre sorelle rendevano la loro unione ancora più efficace, poiché si completavano a vicenda e solo quando erano unite potevano riuscire a gestire nel modo migliore le questioni di famiglia. Col passare degli anni e il superamento delle crisi familiari, anche grazie alla loro capacità di rimanere unite e compatte, incominciarono a percepirsi come un unico monolite indistruttibile.
E questo fu il loro errore, da cui peraltro la loro madre le aveva messe in guardia.
<<Niente è indistruttibile>> era solita ripetere Diana Orsini.
Le sue figlie non le davano ascolto.
Non tenevano conto, però, del fatto che, come spesso Diana aveva sperimentato a sue spese, la vita può essere crudele al punto di accanirsi rabbiosamente e ripetutamente contro i propri bersagli,  specie quelli che agli occhi degli estranei sembravano i più forti, per ricordare al mondo intero che, senza ombra di dubbio,  niente è indistruttibile.

domenica 25 giugno 2017

Art Nouveau Costume for Disney Princesses

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À la manière de Alphonse Mucha!

L'evoluzione dei Social Media

The evolution of social media Pin by Dielle Web e Grafica #Infographic #smm #socialmediamarketing

sabato 24 giugno 2017

La strategia degli USA nella guerra al terrorismo: i sei paesi nel mirino


La guerra in Siria procede da sei anni. Gli Stati Uniti hanno fomentato le prime rivolte contro Bashar Al Assad, sperando in un cambio di regime, che però non è mai arrivato. La Casa Bianca ha così cominciato ad addestrare i ribelli e a fornire loro armi per combattere Damasco. L’obiettivo ora è liberare Raqqa dalle bandiere nere dello Stato islamico. Ma non solo. Gli Stati Uniti stanno appoggiando costantemente i Curdi, una scelta di per sé valida, ma che nasconde il doppio fine, nemmeno troppo velato, di strappare la parte nord della Siria per creare un nuovo Stato filo-americano. In questo modo la Casa Bianca, pur non riuscendo ad abbattere il governo di Assad, lo priverebbe di una parte importante del Paese.

Altezza media nei vari paesi del mondo

Com'erano i continenti 100 milioni di anni fa

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Mappa ironica delle bandiere europee secondo i loro nemici e i loro pregiudizi

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Il marchio di maggior valore nei vari paesi del mondo

The world’s most valuable brands in 2017

Velocità di internet nell'Unione Europea

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Percentuale di fumatori nei vari stati del mondo

Three seas initiative: l'alleanza dei 3 mari

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Nasce Trimarium fra Paesi di Adriatico, Baltico e Mar Nero. “Più unità dell’Europa centrale per un’Europa più unita”

“Più unità dell’Europa centrale per un’Europa più unita” è il motto dell’iniziativa di 12 Paesi europei i cui presidenti s’incontreranno a luglio a Breslavia (Polonia) per migliorare la coesione dell’asse nord-sud e “rinforzare” in quel modo “la stabilità del continente”. Il Trimarium che comprende i bacini dell’Adriatico, Baltico e Mar Nero è stato lanciato ufficialmente ad agosto del 2016 a Dubrovnik in Croazia. Ne fanno parte i Paesi del Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia), le Repubbliche Baltiche (Lettonia, Lituania ed Estonia) nonché Austria, Slovenia, Croazia, Bulgaria, e Romania. “Desideriamo l’unità dell’Europa anche attraverso un’unità delle infrastrutture per appianare il gap di sviluppo tra i vari Paesi”, ha spiegato di recente Krzysztof Szczerski, capo di gabinetto del Presidente della Polonia. Szczerski ha aggiunto che “per anni si sono costruite le infrastrutture dell’asse est-ovest” e che “adesso è arrivato il tempo dell’asse nord-sud”. All’incontro di Breslavia è stato invitato il presidente americano Donald Trump. Un invito ufficiale è stato rivolto anche all’Ue poiché la collaborazione nei settori energia, trasporti, digitalizzazione ed economia va realizzata, sottolinea Szczerski, “con e in Europa”. Il Trimarium, osservano alcuni analisti “potrebbe essere un’opportunità per riformare l’Ue” mentre altri rilevano “gli interessi contrastanti” dei Paesi aderenti nei confronti della Russia.

venerdì 23 giugno 2017

Mappa delle missioni di gestione delle crisi in Africa

Tutti gli attentati dell'Isis



LORENZO VIDINO
Negli ultimi tre anni, l’Europa e il Nord America sono stati colpiti da un’ondata senza precedenti di attacchi terroristici. Quali sono gli obiettivi del terrore? Chi sono gli individui che hanno eseguito questi attentati? Come si sono radicalizzati? Sono nati e cresciuti in Occidenti o rappresentano una minaccia esterna (cioè sono rifugiati e migranti)? Hanno trascorsi criminali? Erano ben istruiti e integrati o, al contrario, vivevano ai margini della società? Hanno agito da soli? Quali erano le loro connessioni con lo Stato islamico?

Per cercare di rispondere a questi e altri quesiti dai fondamentali risvolti di policy, un nuovo studio, di cui sono co-autore insieme a Francesco Marone, e pubblicato da Ispi e George Washington University, ha analizzato i 51 attacchi e i 66 attentatori che hanno colpito l’Occidente dalla nascita del Califfato nel giugno del 2014 a oggi. I dati che ne sono derivati, e che sono qui parzialmente sintetizzati, danno una panoramica dettagliata della minaccia, utile a capirne l’entità e le caratteristiche.

Innanzitutto i 51 attacchi, che in totale hanno provocato 395 vittime e almeno 1549 feriti, variano enormemente in termini di sofisticatezza, letalità, bersagli e legami con lo Stato islamico. Alcuni sono attentati coordinati con un ingente numero di vittime, sul modello di quelli avvenuti a Parigi nel novembre 2015. Ma la maggior parte sono azioni eseguite da attori solitari, spesso all’arma bianca e pertanto meno letali (ma l’attentato compiuto con un camion a Nizza da un lupo solitario ha causato 86 vittime). Sono tutte azioni compiute da soggetti ispirati dall’ideologia jihadista, ma solo l’8% degli attacchi sono stati perpetrati da individui che hanno ricevuto ordini direttamente dai vertici del Califfato e 26% sono stati compiuti da individui aventi una qualche forma di connessione con lo Stato islamico, ma che hanno agito autonomamente.



A conferma che lo spontaneismo, pericoloso perché imprevedibile, domini la presente ondata di jihadismo, il 66% degli attacchi sono stati compiuti da soggetti privi di qualsiasi legame operativo col Califfato. E solo il 38% degli attacchi è stato rivendicato da gruppi jihadisti (quasi sempre dallo Stato Islamico). Il Paese più colpito è la Francia (17), seguito da Stati Uniti (16), Germania (6), Regno Unito (4), Belgio (3), Canada (3), Danimarca e Svezia (1).

Chi sono gli attentatori? Nonostante la crescente presenza femminile nelle reti jihadiste, su un totale di 66 attentatori vi sono solo 2 donne. E nonostante vi sia una generale tendenza verso la radicalizzazione di individui sempre più giovani, l’età media degli attentatori è di 27,3 anni (con solo 5 minorenni). Il 17% sono convertiti all’Islam, con percentuali sensibilmente più elevate in Nord America. Il 57% ha trascorsi criminali. Solo il 18% vanta un’esperienza di combattimento all’estero come foreign fighter; tuttavia, tendenzialmente, tale tipologia di terroristi è coinvolta negli attacchi più letali.

Viste le implicazioni dal punto di vista politico si è voluto analizzare anche lo status migratorio degli attentatori. I dati mostrano che il 73% degli attentatori è composto da cittadini del Paese in cui è stato eseguito l’attacco; il 14%, poi, era legalmente residente in tale Paese o in visita da Paesi confinanti. Solo il 5% è composto da individui che al momento dell’attacco erano rifugiati o richiedenti asilo. Il 6%, infine, risiedeva illegalmente nel Paese bersaglio al momento dell’attacco.

Sebbene sia arduo prospettare sviluppi futuri, pare chiaro che la minaccia posta dal terrorismo jihadista non sia destinata a svanire nel breve termine – da presidente, Obama aveva parlato di una «sfida generazionale». Il modo in cui i decisori politici, le autorità antiterrorismo e il grande pubblico concettualizzeranno e risponderanno a questa inedita ondata terroristica avrà implicazioni significative, poiché potrà plasmare varie questioni di politica interna ed estera strettamente intrecciate. Dei freddi numeri da soli non ci fanno capire cosa motivi giovani musulmani occidentali ad adottare il credo jihadista, ad uccidere e farsi uccidere in nome di esso. È però fondamentale che qualsiasi tipo di analisi e decisione parta dai fatti e non da fuorvianti preconcetti e illazioni politiche.

La caduta di Mosul e l'assedio di Raqqa. Situazione militare in Siria e Iraq a inizio estate 2017




Syrian, Iraqi, and Lebanese insurgencies.png

   Controlled by the Syrian opposition    Controlled by the Ba'athist Syrian government    Controlled by the Iraqi government    Controlled by the Lebanese Government    Controlled by Hezbollah    Controlled by the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL, ISIS, IS, Daesh)    Controlled by Tahrir al-Sham (HTS)    Controlled by the Rojava (Syrian Democratic Forces)    Controlled by Iraqi Kurdistan    Controlled by the Turkish Army and Euphrates Shield rebel forces    Disputed territory




Fonte: http://mondolibero.org/2017/06/gli-usa-stanno-perdendo-la-guerra-procura-siria-ed-ora/

Nonostante il forte indebolimento dell'Isis, privato della roccaforte di Mosul e assediato nella capitale Raqqa, la realtà è molto amara per la coalizione “occidentale”: la pluriennale guerra per procura combattuta in Siria al fine di provocare la caduta del presidente Assad (alleato di Putin e dell'Iran) è sostanzialmente persa e con lei svaniscono le residue velleità neo-coloniali di Francia e Regno Unito, e si ridimensionano i progetti di un Nuovo Medio Oriente di USA ed Israele, le ambizioni regionali dell’Arabia Saudita, della Turchia e del Qatar. Di fronte a questo clamoroso scenario (il primo cambio di regime fallito dal crollo del Muro di Berlino), non resterebbe agli USA che un’ estrema opzione per ribaltare la situazione sul campo: accantonare la guerra per procura e procedere con un conflitto aperto, ingaggiando prima le forze governative siriane, poi l’Iran e, infine, la Russia. Come un incendio di devastanti proporzioni, la guerra si propagherebbe nel giro di pochi giorni dalla Siria all’intero Medio Oriente, dal Mar Mediterraneo al Mar Baltico, dall’Asia all’Europa, e poi oltre.

È uno scenario possibile ma, considerata la stanchezza economica, politica e militare degli USA, improbabile: più facile, invece, che l’establishment atlantico getti la spugna in Siria e contrattacchi altrove ricorrendo alle tattiche sinora utilizzate. Manovre sui mercati finanziari per abbattere il prezzo del greggio e le entrate fiscali russe (il barile è sceso attorno ai 40$), tentativi di rivoluzioni colorate in vista delle presidenziali russe, rilancio nei teatri periferici (Ucraina, Yemen, Centro Asia). È indubbio che esista una corrente oltranzista ed apocalittica che preme per il confronto militare con l’Iran e la Russia, ma è difficile che Donald Trump, sebbene tenuto sotto scacco dal “Russiagate”, voglia passare alla storia come il presidente che ha rischiato/condotto il primo conflitto nucleare.
La guerra per procura in Siria volge quindi al termine e, nonostante gli ultimi colpi di coda, si profila all’orizzonte una storica disfatta per il blocco atlantico: è l’ennesimo segnale di un sistema che marcia rapido verso il collasso economico, politico e morale.





1http://www.askanews.it/esteri/2017/06/19/siria-russia-jet-coalizione-a-ovest-eufrate-obiettivi-da-ora-pn_20170619_00653/
2http://edition.cnn.com/2017/04/25/politics/turkey-bombs-kurds-iraq-us-concerned/index.html
3http://www.telegraph.co.uk/news/2017/05/18/us-fighter-jets-bomb-assad-tank-convoy-advancing-coalition-base/
4https://southfront.org/syrian-army-captures-strategic-crossroad-town-of-resafa-in-raqqah-province-map/
via http://federicodezzani.altervista.org/gli-usa-stanno-perdendo-la-guerra-per-procura-in-siria-ed-ora/


di Gianandrea Gaiani
La Bussola Quotidiana, 14 giugno 2017

Lo Stato Islamico sta crollando in Iraq e Siria, Abu Bakr al-Baghdadi è stato probabilmente ucciso, ma l’intera vicenda sta passando sotto un profilo fin troppo basso rispetto alla sua portata, forse perché la fine del Califfato non porterà la pace e la stabilizzazione da molti auspicata in quella regione.
Nell’area di Raqqa, venerdì scorso, sarebbe stato ucciso il Califfo nel corso di un raid aereo dei jet di Damasco. Lo ha riportato la tv di Stato siriana rilanciata anche dai media russi, ma la notizia non è stata finora confermata da nessuna altra fonte ufficiale. Le forze curdo-siriane sostenute dagli Stati Uniti sono entrate il 9 giugno a Raqqa, “capitale” dell’Isis nel nord della Siria, e hanno conquistato terreno nella parte orientale della città. Nelle ultime ore le milizie curde e arabe delle Forze Democratiche Siriane (SDF) sono avanzate dal quartiere Mashlab vero la zona industriale e sono in corso combattimenti a poche centinaia di metri dal perimetro orientale dell'antica cinta muraria della città sull'Eufrate.
L’offensiva che ha portato le SDF, appoggiate da forze speciali anglo-americane, a raggiungere la capitale del Califfato avrebbe provocato anche 653 vittime civili dal 15 marzo ad oggi a causa dei raid della Coalizione internazionale a guida Usa e dei bombardamenti dell’artiglieria delle milizie curde, secondo quanto riferito ad Aki-Adnkronos International da attivisti siriani. Come spiega Khalil al-Abdallah “negli ultimi due mesi il numero delle vittime civili è aumentato notevolmente, poiché l’amministrazione Usa ha consegnato armi alle milizie curde e ha allentato i vincoli imposti ai raid dei caccia della Coalizione".
L’aspetto più rilevante è però che l’offensiva sulla città è in corso su tre lati: da est, da nord e da ovest lasciando un corridoio a sud che consente ai 4mila miliziani, che si stima difendano la città, di ritirarsi verso le aree in cui lo Stato Islamico combatte contro le truppe di Damasco. Il comando russo in Siria accusa la Coalizione a guida Usa e i gruppi armati curdi di permettere ai miliziani dell’Isis di lasciare Raqqa e di “dirigersi verso le province dove sono attive le forze governative siriane. Invece di eliminare i terroristi colpevoli dell’uccisione di centinaia e migliaia di civili siriani – ha detto il comandante delle truppe russe in Siria, generale Serghiei Surovikin – la Coalizione a guida Usa assieme alle SDF, agiscono in collusione con i capibanda dell’Isis che lasciano senza combattere gli insediamenti che avevano preso e si dirigono verso i luoghi in cui sono attive le forze governative siriane”. Una valutazione resa ancora più credibile dalle reiterate azioni belliche delle forze aeree Usa basate in Giordania contro le unità militari di Damasco e dei loro alleati nel settore di al-Tanf.
Anche la decisione di Washington di vietare l’accesso alle forze di Damasco a quella porzione di territorio siriano è stata duramente condannata da Mosca. Secondo gli statunitensi tali forze pongono una minaccia alle basi Usa e ai campi per l’addestramento dei miliziani dell’opposizione nel sud della Siria, ma è evidente che è del tutto illegittimo impedire alle truppe siriane di completare il controllo del territorio nazionale. Nonostante i raid aerei americani, che vorrebbero impedire la saldatura tra le forze siriane e quelle sciite irachene che procedono a nord di Mosul verso il confine siriano, l’avanzata delle forze di Damasco lungo il confine giordano e iracheno ha di fatto circondato le milizie sostenute dagli anglo-americani e dalla Giordania.

“La guerra civile in Siria si è praticamente fermata” dopo che il 4 maggio ad Astana è stato firmato un memorandum per la creazione delle zone di de-escalation, ha dichiarato il capo del dipartimento generale operativo dello Stato maggiore russo, generale Serghiei Rudskoi che ha reso noto che 2.640 miliziani siriani hanno utilizzato le procedure di amnistia del governo siriano e hanno abbandonato le armi nel nord della provincia di Damasco, nelle città di Zabadani, Madaya e Buqeyn. "L’operazione per liberare il territorio siriano dai gruppi terroristici Isis e Jabhat al-Nusra continuerà fino alla loro completa eliminazione”, ha affermato il generale Surovikin precisando che le sue forze aeree hanno eseguito 1.268 raid in Siria nell’ultimo mese, colpendo 3.200 obiettivi terroristici tra cui stazioni di controllo, depositi di armi e munizioni, basi di trasferimento e campi di addestramento.
Il tracollo non solo dell’Isis ma di tutte le milizie anti-Assad rappresenta la più importante vittoria per le forze russe che hanno conseguito la vittoria militare in meno di due anni di campagna siriana. L’esercito di Assad continua ora ad avanzare su tutti i fronti: ha ripreso il controllo di 105 chilometri del confine con la Giordania, ha liberato 83 insediamenti nella parte nordorientale della provincia di Aleppo per oltre 500 chilometri quadrati uccidendo (secondo il comando russo) oltre 3.000 miliziani dell’Isis inclusi decine di comandanti e distruggendo 20 carri armati, 7 veicoli da combattimento e 9 pezzi di artiglieria pesante. Le forze siriane hanno inoltre raggiunto la frontiera con l’Iraq, nell’Est del Paese, per la prima volta dal 2015 coordinandosi con l’esercito di Baghdad per il controllo della frontiera.
Le forze armate irachene hanno l’ordine di non oltrepassare la frontiera siriana, ma le milizie sciite filo iraniane potrebbero avere mano libera ad unirsi alle forze di Damasco per chiudere la partita con l’Isis e liberare Deyr ez Zor dove la guarnigione siriana è sotto assedio da oltre due anni. “In cooperazione con i nostri alleati, le nostre unità hanno preso il controllo di numerosi siti e postazioni strategici nel deserto di Badiya, in una zona di circa 20.000 chilometri quadrati”, ha dichiarato il comando generale dell’esercito siriano. “Questa avanzata rappresenta una svolta strategica nella lotta contro il terrorismo e un trampolino per estendere le operazioni militari nel deserto della Badiya e lungo le frontiere con l’Iraq”, ha proseguito il comando.
I successi dei siriani rischiano quindi di provocare nuove tensioni con la Coalizione internazionale a guida Usa, che oggi appare preoccupata più dall’avanzata delle forze di Damasco e delle milizie sciite provenienti dall’Iraq che dalla lotta allo Stato Islamico, nell’ottica della linea strategica anti iraniana dell’Amministrazione Trump. Dopo che la Turchia si è schierata col Qatar nella diatriba in atto tra Doha e i sauditi, Riad potrebbe puntare sulla Giordania per riorganizzare l’opposizione armata al regime di Damasco e riprendere le ostilità con l’appoggio degli USA.

Tensioni non meno forti riguardano il futuro dell’Iraq dopo la caduta di Mosul dive i miliziani dell’Isis controllano solamente le aree della Città Vecchia, al-Shifa e Bab al-Sinjar. Il governo di Baghdad ha annunciato che respingerà ogni decisione unilaterale presa dalle autorità del Kurdistan iracheno per ottenere l’indipendenza. Lo ha sottolineato lunedì una nota del portavoce dell’esecutivo, Saad al-Haddithi, commentando la decisione presa due giorni fa dal presidente del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani, di fissare un referendum per l’indipendenza dall’Iraq il 25 settembre.
Anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, sponsor del Kurdistan iracheno autonomo (ma non indipendente) ha definito il referendum sull'indipendenza della regione autonoma del Kurdistan iracheno da Baghdad "sbagliato e una minaccia all'integrità territoriale dell'Iraq. Un passo del genere in un processo così cruciale non serve a nessuno", ha aggiunto Erdogan. La Turchia, acerrima nemica dell’autonomia dei curdi di Siria alleati del PKK (i miliziani curdi di Turchia) si oppone da sempre con forza alla creazione di entità curde indipendenti.
Per questo se la guerra al Califfato sta per esaurirsi (ma non la  minaccia terroristica dell’Isis in Europa), non ci sono molte ragioni per credere che la conflittualità nella regione andrà scemando in tempi brevi.

L'idrovia Locarno-Venezia

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Per dieci anni è stato un viaggio per temerari che a bordo di gommoni percorrevano la via Locarno/Milano/Venezia in un “trekking sull’acqua” spesso avventuroso e che prevedeva alcuni trasbordi.
Ma quello partito sabato 10 giugno dalla città ticinese lungo l’idrovia che attraversa due Stati, 4 regioni italiane (Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto), 12 province e 171 comuni del Nord Italia, ha tutti i connotati di una piccola crociera turistica.
Sì perché per la prima volta il viaggio di 700 chilometri si svolge a bordo di un battello. “Dalla mia prima discesa a bordo della barca “Utopia”, per raggiungere la Serenissima ed incontrare il sindaco-filosofo Massimo Cacciari, sono passati dieci anni. In occasione di questo anniversario abbiamo voluto affiancare al classico trekking in gommone un viaggio sulla stessa rotta ma a bordo di imbarcazioni più capienti”, spiega a tvsvizzera.it Claudio Rossetti, ideatore e promotore del viaggio.
Che aggiunge: “Grazie anche ai lavori di ammodernamento di alcune dighe come quella del Panperduto tra Sesto Calende e Malpensa o di quella di Isola Serafina nel fiume Po poco prima di Cremona e in attesa dei lavori d’innalzamento dei ponti sul Naviglio pavese per cui la Regione Lombardia ha già stanziato 60 milioni di euro, oggi l’Idrovia Locarno/Milano/Venezia è una via d’acqua quasi interamente percorribile”.
 Un tour affascinante della durata di 9 giorni e mezzo (lo stesso tempo che impiega una goccia d’acqua per arrivare dalle sorgenti del fiume Ticino al Delta del Po) che 14 turisti svizzeri stanno percorrendo all’insegna di natura, storia, cultura e gastronomia su un percorso che esiste in parte dal 1200 e fu fondamentale per il trasporto dei marmi dalla Val D'Ossola e da Baveno per la costruzione del Duomo di Milano per esempio.
“Mi aspetto molto a questo viaggio – spiega Graziella Gahlinger ticinese di Locarno contenta per come sta andando il tour in questi primi giorni e che approfitta di questa occasione per tornare dopo tantissimi anni in Italia. Anche se – aggiunge - la tappa in bici non me la sono sentita di farla: troppi chilometri..”.
Dopo l’attraversamento del Lago Maggiore e le tappe di Sesto Calende e Milano, il viaggio ha toccato le città di Pavia (raggiunta in bicicletta lungo la pista ciclabile del Naviglio Pavese), Cremona, Brescello e Ferrara.  Una volta usciti dal Delta del Po navigazione in mare con il catamarano Barbie per rientrare a Chioggia in Laguna. Poi domenica, gli ultimi 25 chilometri per la tappa finale con approdo diretto in una delle piazze più belle e suggestive: Piazza San Marco a Venezia.